Omicidio in ospedale. “Mi disse di non dire nulla, ma di lasciar parlare lui”

A Argenta, a pochi giorni dalla scomparsa del paziente Antonio Rivola, di 83 anni, quando iniziarono a sorgere i primi dubbi, l’ex infermiere di Lugo Matteo Nocera, imputato per omicidio volontario pluriaggravato, si sarebbe confrontato con la collega che era in servizio con lui quella notte in Lungodegenza. Le avrebbe ordinato di tacere sull’accaduto e di lasciare che fosse lui a parlare qualora qualcuno avesse posto delle domande. Le avrebbe inoltre suggerito di affermare di trovarsi nel suo settore, di non avere informazioni e che il paziente fosse stato seguito da lui, aggiungendo che parlare avrebbe creato dei problemi.
Questa circostanza è emersa da un’intercettazione telefonica effettuata il 2 ottobre 2024 tra l’infermiera e sua sorella, mentre il colloquio faccia a faccia sarebbe avvenuto nella cucinetta del reparto di Lungodegenza Geriatrica Riabilitativa presso l’ospedale Mazzolani-Vandini di Argenta. L’infermiera è stata sentita giovedì 29 ottobre pomeriggio davanti alla Corte d’Assise.
"Mi disse che se mi avessero chiesto qualcosa ci avrebbe pensato lui", ha riferito la testimone davanti ai giudici. "Gli chiesi il perché e gli dissi che avrei raccontato comunque quanto era successo e che non vedevo quale fosse il motivo per cui non dovevo dire niente". Un comportamento che l’ha colpita: "Era tranquillo, ma mi è sembrato molto strano". "Mi sono sentita a disagio", ha aggiunto, precisando di non aver avvertito – almeno in quel momento – un tono minatorio, salvo poi ripensarci e ritenere che quel consiglio potesse essere stato in realtà una "minaccia velata".
La donna ha quindi informato la coordinatrice di quanto le aveva detto il collega, raccontandole anche quanto accaduto quella notte: "Ci redarguì dicendoci che dovevamo scrivere tutto sul diario infermieristico perché Nocera non aveva scritto nulla di quanto accaduto quella notte. Ma nella fretta può capitare di dimenticare di scrivere. Anche altre volte ci aveva rimproverato". Nello specifico, l’ex infermiere avrebbe omesso di annotare l’episodio di vomito che aveva colpito Rivola e la somministrazione di un farmaco avvenuta poco prima della morte.
Rivola, paziente con patologia tumorale in fase avanzata, viene ricordato dall’infermiera come "un uomo tranquillo, lucido, orientato e collaborante", con un quadro clinico "stabile". "Era stato ricoverato per controlli ma anche perché vomitava spesso", ha proseguito.
In aula la testimone ha quindi riavvolto il nastro alla nottata tra il 4 e il 5 settembre 2024. Intorno alle 5 del mattino ha sentito il paziente vomitare. Entrata in camera, ha avvisato Nocera perché si trattava del suo settore: in quel momento il collega era nella cucinetta, a porta chiusa, e stava riposando. Nocera l’ha raggiunta, è entrato con lei nella stanza e poi è uscito. Poco dopo vi è rientrato con una flebo, mentre l’infermiera si era allontanata per occuparsi degli altri pazienti. Fu in quel momento che l’ha raggiunta per dirle che l’anziano era morto.
"Quando sono uscita dalla stanza ansimava, ma non lo vedevo grave. Altrimenti sarei rimasta lì ad aiutare Nocera", ha spiegato. La donna ha riferito di essere poi tornata in camera, di aver accertato il decesso e di aver chiamato il medico di turno. Quanto alla flebo, ha detto di non aver visto Nocera iniettare farmaci nella boccetta di soluzione fisiologica che teneva in mano insieme al deflussore. Secondo l’accusa, in quella flebo ci sarebbe stato l’Esmeron, che avrebbe causato la morte. Un farmaco che, ha aggiunto, "da quando lavoro lì non è mai stato usato, nemmeno nei miei 38 anni di carriera".
Il procedimento tornerà in aula il 19 novembre.
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